Il tessile europeo si trova in una fase di passaggio delicatissima: da un lato la crescente pressione normativa, dall’altro una congiuntura economica che pesa soprattutto sulle piccole e medie imprese della filiera moda. In mezzo, la necessità di ripensare profondamente le dinamiche del settore, a partire dal modo in cui i prodotti vengono progettati, tracciati e riciclati.
A questa sfida, che è industriale, ma anche culturale, lavora AISEC - Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare: una realtà <<nata nel 2015 da un’intuizione maturata durante un’esperienza in Francia sull’economia circolare. Mi sono resa conto che l’Italia, pur avendo un substrato industriale perfetto per implementare questo modello economico, non aveva ancora un’associazione indipendente e dedicata full time alla sua diffusione>>, racconta la fondatrice e presidente Eleonora Rizzuto. <<Poco tempo dopo, grazie all’incontro con Enrico Giovannini, economista ed ex ministro, allora direttore scientifico di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), siamo entrati anche nel coordinamento nazionale del Goal 12 dell’Agenda 2030>>.
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Le attività di AISEC per l’economia circolare
Apartitica e non profit, l’associazione non riceve fondi pubblici, ma vive esclusivamente delle quote associative e dei progetti sviluppati, una scelta che ne garantisce autonomia e coerenza. Quattro i pilastri operativi: tessile; nuove tecnologie e AI; food; educazione e nuove generazioni. <<Su questo quarto punto abbiamo lavorato con ASviS per introdurre nel processo normativo italiano il criterio dell’impatto sociale e ambientale sulle nuove generazioni per ogni decreto legge. Da qui è nato anche uno spin-off progettuale rivolto alle imprese, per aiutarle a integrare questi principi nelle proprie strategie>>, prosegue Rizzuto, che è anche membro del CTS di Ecomondo, oltre che Chief Sustainability & Due Diligence Officer di Bulgari.
Le attività di AISEC si sono evolute nel corso del tempo: <<Dopo i primi cinque anni dedicati alla formazione per aziende e amministrazioni locali, siamo progressivamente passati a progetti strutturati, rafforzando le dimensioni di advocacy e networking, dalla costituzione del Tecnopolo del Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile a Taranto alle numerose iniziative dedicate al comparto tessile, anche di respiro internazionale. In Francia, per esempio, collaboriamo con una realtà attiva nel distretto di Parigi che rimette sul mercato tessuti inutilizzati delle grandi firme>>.
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Crisi e normativa: il tessile sotto pressione
Proprio il tessile nel 2026 affronterà numerose novità: dopo l’obbligo di raccolta differenziata introdotto nel 2025, quest’anno sarà la volta dell’organizzazione dei sistemi EPR e della piena entrata in vigore del Regolamento Ecodesign, che porterà con sé l’introduzione del Digital Product Passport e il divieto di distruzione dell’invenduto. <<Le nuove normative europee si sommano a una fase economica complessa>>, osserva Rizzuto. <<Molte realtà, soprattutto PMI, registrano fatturati in calo e adottano un atteggiamento prudente sui mercati. Le tensioni geopolitiche, i dazi e i controlli più stringenti sulle filiere portano alla riduzione delle catene produttive, nell’ottica di meglio pochi, ma buoni>>.
In questo contesto è cruciale organizzare momenti di confronto e coordinamento. <<L’edizione 2026 di Ecomondo per la prima volta dedicherà un intero padiglione al tessile: vogliamo lanciare un messaggio di resilienza e portare il tema sul tavolo dei decisori politici>>. Tre i filoni su cui sarà articolato: <<Ecodesign e produzione, raccolta e selezione del second-hand, trattamento e riciclo delle materie prime seconde. L’obiettivo è integrare il sistema e creare un fil rouge anche tra competitor, con forte apertura internazionale. Per esempio, uno degli eventi organizzati da AISEC sarà dedicato all’EPR e alla sua applicazione nei diversi Paesi europei: i produttori chiedono omogeneità normativa>>.
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Progettare in ottica ecodesign
Che cosa significa progettare in ottica ecodesign nel tessile?
<<Innanzitutto bisogna conoscere perfettamente la materia prima. Se un tessuto contiene plastiche o derivati chimici difficili da separare, il riciclo a fine vita diventa complesso o economicamente non sostenibile>>. Inoltre, bisogna pensare al disassemblaggio: <<Un capo contiene spesso altri materiali, come metallo, plastica, elementi compositi: deve essere facile separare le diverse componenti. Questo richiede competenze tecniche, tecnologia e una precisa volontà strategica>>.
Il Digital Product Passport si inserisce in questo percorso come strumento abilitante: contiene le informazioni digitali sul prodotto, garantisce tracciabilità, rende trasparente l’origine della materia prima. <<Oggi però l’origine non è sempre certificabile, soprattutto per quanto riguarda alcuni materiali e anche le pietre preziose, perché le miniere si trovano spesso in Paesi con sistemi di controllo non certificati e condizioni di lavoro molto precarie per quanto riguarda sicurezza e diritti umani>>. Secondo Rizzuto, il ruolo dei grandi committenti sarà decisivo: <<Possono garantire e sostenere finanziariamente la tracciabilità delle materie prime, aiutando così le imprese più piccole, che non riescono a sostenere investimenti da questo punto di vista>>.
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Prato, modello storico di circolarità
Per quanto riguarda invece il riciclo delle materie prime sul territorio italiano c’è il distretto di Prato, dove <<questa pratica ha oltre cento anni di storia, soprattutto per la lana. È un best in class per tecnologie, know-how e forza lavoro. Tuttavia, trattandosi di riciclo, l’origine della materia prima non è ricostruibile: il capo non è nuovo>>. Qui AISEC promuove anche iniziative che intrecciano creatività e recupero. <<Abbiamo messo in contatto alcune realtà industriali con giovani creativi under 30. Come l’artista Marianna Faleri, che ha utilizzato filati in esubero, come lino, seta e lana, per realizzare opere al telaio a mano, recuperando antiche tecniche calabresi e raccontando anche la storia del territorio>>.
Iniziative di riciclo si possono portare avanti anche nel campo delle pietre semipreziose, come sottolinea ancora Rizzuto: <<Se per quelle preziose, come smeraldi, rubini e zaffiri, non c’è riciclo, o comunque esso avviene solo ad opera di grandi firme, per quanto le pietre di valore inferiore, come la giada, ci sono progetti molto interessanti portati avanti da scuole specializzate, dal Tarì di Napoli al distretto orafo do Valenza, sviluppando percorsi di riutilizzo e formazione, in cui far dialogare tradizione, innovazione e circolarità>>.
Articolo scritto da Emanuele Bompan e Maria Carla Rota
Questo blog è un progetto editoriale sviluppato da Ecomondo con Materia Rinnovabile
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04/03/2026