Spesso la si considera un’emozione passeggera, soggettiva e poco misurabile. Invece, la felicità è un vero e proprio stato dell’essere, che va ricercato con impegno e consapevolezza, tanto che la Costituzione americana, uno dei testi fondativi della modernità occidentale, ne inserisce il perseguimento (“pursuit of happiness”) tra i suoi principi. Non qualcosa che accade per caso, dunque, ma un percorso che richiede responsabilità individuale e condizioni collettive favorevoli.
E la scienza può studiarla, per capire meglio come fare a costruire la felicità per sé stessi, anche in azienda e nella società. Di questo si occupa Sandro Formica, docente di “Positive Organizations” alla Florida International University e fondatore, insieme alle due colleghe Elga Corricelli ed Elisabetta Dallavalle, dell’Osservatorio BenEssere Felicità, che da sei anni raccoglie dati dai lavoratori italiani attraverso il Barometro della Felicità. <<Innanzitutto, una precisazione: la distinzione tra benessere e felicità è più apparente che reale: i due termini vengono sostanzialmente usati come sinonimi. A parte una sfumatura che riguarda il benessere fisico, percepito come una dimensione più “concreta”, nel complesso i due concetti coincidono, perciò ci piace parlare di felicità>>.
Dal punto di vista scientifico, le ricerche internazionali concordano nell’individuarne tre componenti fondamentali: la gioia, cioè la dimensione emotiva; l’intenzionalità, ovvero l’impegno consapevole a perseguirla; il significato, il senso che attribuiamo alle azioni che compiamo. <<Senza quest’ultimo elemento, la felicità resta incompleta. Un piacere momentaneo può generare emozione, ma non costruisce un vero stato di benessere duraturo>>, specifica Sandro Formica.
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Come applicare la scienza della felicità in azienda
Essere felici in azienda o, più in generale, nella società è possibile?
Sì, se si estende la scienza della felicità dai singoli individui ai team e alle organizzazioni, attraverso sistemi, processi e pratiche coerenti. <<Durante un periodo di ricerca alla Claremont University, uno dei centri di riferimento mondiali per la Positive Organizational Psychology, ho raccolto e sistematizzato centinaia di studi sulle cosiddette positive organizational interventions: interventi organizzativi positivi, testati in aziende di dimensioni e settori diversi, con evidenze misurabili sui risultati>>.
Riprendendo l’idea del DSM, il manuale per la diagnosi dei disturbi mentali, l’idea di Formica è stata quella di costruire un “manuale diagnostico delle patologie aziendali”: stress cronico, mancanza di riconoscimento, conflitti latenti, disallineamento tra valori personali e obiettivi organizzativi sono problemi diffusi e, soprattutto, misurabili. E ciò che è misurabile può essere affrontato.
A questo proposito, uno degli interventi più efficaci, per esempio, è il “job crafting ”, ovvero la possibilità di modellare il proprio lavoro a partire dai propri punti di forza, valori, propositi. Non si tratta di stravolgere ruoli e mansioni, ma di considerare il lavoro come un’estensione dell’essere, non solo del fare. Quando questa connessione si realizza, aumentano motivazione, coinvolgimento e performance.
Un’altra strategia è la mappatura dei bisogni: <<Le aziende conoscono poco, o per nulla, i bisogni reali delle persone che vi lavorano. Eppure, la scienza è chiara: se un bisogno fondamentale non viene soddisfatto, la performance crolla>>. In Italia, secondo le ricerche di Sandro Formica, <<il bisogno più diffuso è quello di riconoscimento. In assenza di feedback positivi sul proprio lavoro, le persone si sentono in un ambiente ostile ed entrano in una modalità di sopravvivenza, puntando a proteggere la propria posizione e smettendo di esprimere il proprio potenziale>>.
Mappare i bisogni, misurarne il livello di soddisfazione e costruire azioni mirate al miglioramento è una delle chiavi della felicità organizzativa. <<E i risultati sono verificabili: all’aumentare della soddisfazione dei bisogni, crescono anche i principali indicatori di performance>>.
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Felicità, società, ambiente: una sfida collettiva
Se nelle imprese il percorso è complesso, la sfida per costruire una società felice lo è ancora di più. Il World Happiness Report delle Nazioni Unite, pubblicato ogni anno il 20 marzo, valuta oltre 150 Paesi sulla base di vari indicatori, tra cui la percezione di vivere in una società che sostiene la realizzazione degli obiettivi individuali. <<Qui l’Italia mostra una delle sue maggiori fragilità. Gli italiani, in generale percepiti come creativi e capaci, si sentono poco supportati dal sistema nel realizzarsi. Un paradosso che penalizza il benessere collettivo. Applicare la scienza della felicità alla società significa, anche in questo caso, mappare bisogni e aspettative e costruire contesti che permettano alle persone di fiorire, anziché limitarsi a sopravvivere.>>
Negli ultimi anni un’edizione del World Happiness Report ha anche dedicato un focus specifico alla natura, evidenziato con forza il legame tra felicità, ambiente e relazioni sociali. <<Misurando il livello di felicità delle persone in diversi contesti, i risultati sono chiari: il contatto con la natura aumenta il benessere, e lo fa ancora di più quando è vissuto insieme ad altre persone>>.
Questo dato ha implicazioni concrete anche per le imprese. <<Esistono casi di studio in cui la progettazione degli spazi di lavoro, immersi nel verde, pensati per favorire il movimento e l’incontro, ha prodotto benefici significativi in termini di salute e produttività. Avere luce naturale in ufficio, affacciarsi su un giardino interno, dover attraversare uno spazio aperto per raggiungere i diversi building di un’azienda sono fattori che incidono profondamente sul funzionamento umano>>. Lo dimostrano anche studi in ambito sanitario: le persone esposte alla luce naturale e al verde mostrano migliori esiti di salute rispetto a chi vive in ambienti chiusi e artificiali. La felicità, dunque, non è separabile dall’ambiente in cui viviamo e lavoriamo.
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Verso una “felicità sostenibile”
Oltre a quella ambientale, quindi, è fondamentale anche la “sostenibilità umana”: un concetto che riguarda la capacità di costruire sistemi di lavoro e di vita che siano sostenibili nel tempo. La leadership e il management orientati esclusivamente al breve termine portano al burnout, sindrome derivante da stress cronico lavoro-correlato riconosciuta dall’OMS. <<Non è una strategia funzionale, è come guidare un’auto tenendola sempre al massimo dei giri>>. Non a caso, negli ultimi anni si sono verificati fenomeni come Great Resignation, le dimissioni volontarie di massa durante la pandemia, e Quiet Quitting, un atteggiamento che consiste nel fare solo ciò che è formalmente richiesto dall’azienda, senza coinvolgimento aggiuntivo, ridefinendo i confini tra vita professionale e vita privata. <<Spesso letti superficialmente come disaffezione o mancanza di impegno, in realtà rappresentano una risposta sistemica a contesti lavorativi percepiti come poco sostenibili, privi di significato e incapaci di riconoscere i bisogni delle persone. Non si tratta di un rifiuto del lavoro in sé, ma di modelli organizzativi che consumano energie senza generare benessere>>.
Insomma, il modo in cui le persone vogliono vivere il lavoro è cambiato: le organizzazioni che sapranno interpretare questo cambiamento non solo sopravviveranno, ma saranno più resilienti e attrattive nel lungo periodo. <<La felicità sostenibile implica un cambio di prospettiva: smettere di considerare le persone come ingranaggi produttivi e iniziare a vederle come esseri umani portatori di valori, bisogni e aspirazioni. Quando questo accade, le persone non solo stanno meglio, ma fioriscono>>. Ed è proprio questa fioritura - individuale, lavorativa e sociale - che gioca un ruolo fondamentale per il futuro.
Articolo scritto da Maria Carla Rota
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29/01/2026