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29ª Edizione  03-06 Novembre 2026  Quartiere Fieristico di Rimini
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Sfida al fast fashion: dai “cimiteri tessili” alle nuove regole europee

Sfida al fast fashion: dai “cimiteri tessili” alle nuove regole europee

Collezioni che arrivano nei negozi l’una dopo l’altra, succedendosi a un ritmo rapidissimo, abiti venduti a prezzi stracciati, quasi fossero beni usa e getta: sono le caratteristiche del fast fashion, la moda veloce, che ha preso piede ormai da parecchio tempo in tutto il mondo. Secondo stime della Ellen MacArthur Foundation, oggi a livello globale si producono oltre 100 miliardi di capi all’anno, molti dei quali vengono indossati pochissime volte, o anche nessuna, prima di essere buttati. Queste dinamiche vengono ulteriormente esasperate dall’ultra fast fashion, che comprime ancora di più tempi e costi di produzione, moltiplicando l’offerta e riducendo la qualità media. 


I “cimiteri tessili” nel mondo: dal Cile al Ghana 
Che fine fanno questi abiti, quando vengono eliminati? In parte vanno a finire nelle discariche, in parte vengono esportati nei Paesi del Sud globale, dove gli effetti ambientali e sociali del fast fashion emergono in tutta la loro gravità.

Per esempio, il deserto di Atacama, in Cile, è diventato uno dei simboli di questo squilibrio: qui ogni anno vengono abbandonate a cielo aperto migliaia di tonnellate di capi invenduti o usati, provenienti in gran parte da Europa, Stati Uniti e Asia. Prodotti realizzati con fibre sintetiche, che vengono bruciati illegalmente oppure lasciati degradare, con il conseguente rilascio di microplastiche e sostanze chimiche nel suolo e nell’atmosfera. Una situazione analoga si registra in Ghana, in particolare nell’area di Accra, dove l’afflusso massiccio di capi usati provenienti dal Nord globale sta generando una crisi ambientale e sanitaria, con conseguenze dirette per le comunità locali, come emerge dal rapporto di Greenpeace Africa e Greenpeace Germania “Fast fashion, slow poison: the toxic textile crisis in Ghana”. 

Il comparto della moda è tra i più impattanti anche in termini di consumo di acqua, uso di sostanze chimiche ed emissioni climalteranti, che ammontano al 4-10% del totale globale.

  



Le contromisure europee 
In questo scenario, in cui i Paesi che consumano di più scaricano altrove i costi ambientali del proprio modello di consumo, l’Unione europea ha iniziato a mettere a punto un quadro normativo più stringente per mitigare il proprio impatto e favorire dinamiche di economia circolare. 

Oltre ad aver reso obbligatoria la raccolta differenziata dei tessili in tutti i Paesi UE a partire dal 1° gennaio 2025, sempre l’anno scorso ha introdotto l’obbligo per gli Stati membri di istituire regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il tessile, nell’ambito della revisione della Direttiva quadro sui rifiuti. Pubblicata a fine settembre 2025, la normativa è entrata in vigore il 17 ottobre 2025: a partire da questa data gli Stati membri hanno 30 mesi di tempo (quindi fino ad aprile 2028) per organizzare l’effettiva entrata in funzione del sistema, che obbligherà le imprese a contribuire finanziariamente alla gestione del fine vita dei prodotti, sostenendo i costi di raccolta, cernita e riciclo.  

Terzo pilastro della strategia Ue è il Regolamento sull’Ecodesign di Prodotti Sostenibili (ESPR - Regolamento UE 2024/1781), che introduce requisiti di durabilità, riparabilità e riciclabilità dei beni: in concreto, ciò significa progettare capi che possano resistere a numerosi cicli di lavaggio, facendo in modo che possano mantenere le prestazioni nel tempo, ed essere più facilmente riciclabili, grazie alla scelta di fibre e processi di lavorazione specifici. 

Un passaggio chiave riguarda anche la gestione dell’invenduto. Dal 19 luglio 2026 le grandi imprese non potranno più distruggere le scarpe e gli abiti rimasti in magazzino, una pratica finora adottata per gestire l’eccesso di offerta, che ha rappresentato uno dei paradossi più evidenti del settore. Il divieto punta a ridurre la sovrapproduzione e incentivare alternative come donazione, riutilizzo, rivendita o riciclo. 

 



Il caso Francia: stretta sull’ultra fast fashion 
Infine, in Europa la Francia sta facendo da apripista per quanto riguarda la regolamentazione dell’ultra fast fashion, prendendo di mira in particolare le grandi piattaforme online a basso costo. Il Parlamento sta lavorando a un disegno di legge, che include alcune misure come: eco-score per valutare l’impatto ambientale dei prodotti, penalizzazioni economiche per i marchi con i punteggi peggiori, limitazioni alla pubblicità per le piattaforme di ultra fast fashion, possibili sanzioni per influencer che promuovono modelli particolarmente impattanti. Il percorso legislativo non è ancora concluso e richiede ulteriori passaggi, anche in coordinamento con la Commissione europea, ma la direzione da seguire è chiara: bisogna intervenire sia migliorando la gestione dei rifiuti sia cambiando il modello di business alla base della sovrapproduzione. Inoltre, fondamentale è anche dimenticare la necessità di spingere la società verso un ripensamento culturale del rapporto con l’abbigliamento.    
Articolo scritto da Emanuele Bompan e Maria Carla Rota 

Questo blog è un progetto editoriale sviluppato da Ecomondo con Materia Rinnovabile

Credits:
Foto di The Hung

PUBBLICAZIONE

23/02/2026

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